giovedì, 24 maggio 2007

L’UOMO IN CROCE

di Riccardo Cardellicchio

 

Arrivò una sera di vento e di solitudine, non so più quanto tempo fa.

Non credevo arrivasse.

Non pensavo d’averne bisogno.

Gli domandai severo: “Che vuoi?”

Mi sono chiesto, in seguito, cosa sarebbe successo se fossi stato zitto.

Il silenzio l’avrebbe allontanato?

Non credo.

Sa sconfiggere anche il silenzio.

Sa superare corazze d’indifferenza.

 

Non era più il protagonista di una favola raccontata in una chiesa poco illuminata.

Capace di annoiarti. Di rendere ancor più prepotente la voglia di correre a giocare nella strada polverosa, ancora piena di buche – segni del passaggio di una guerra devastante.

No.

Era l’uomo martoriato.

Deriso.

L’uomo in croce.

Messo in croce perché parlava con parole che non tutti intendevano, o non volevano intendere.

Perché diverso.

 

Gesù o Barabba?

E la folla – chissà quanti per gioco e quanti per convinzione – disse Barabba.

 

Arrivò sull’onda del dolore.

Di più: della disperazione.

Il buio sul futuro, nessun appiglio.

Arrivò in silenzio, ancora di salvezza.

Arrivò con il suo dolore e la sua gioia.

E mi si piazzò accanto.

Pieno di comprensione.

 

Arrivò con la sua storia misteriosa, traboccante di parole capace di sconvolgere.

Parole che pugnalano cuore e anima.

Che non consentono alibi.

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martedì, 15 maggio 2007

VEDO CREPE

Vedo crepe nella terra che vivevo bambino.

Terra che soffre errori perenni,

inutili gli allarmi lanciati,

figli d’occhi attenti.

Parole che rotolano come pietre

e finiscono dimenticate

nel fosso dall’erba bruciata,

il sole è fuoco indomabile.

Tanta erba ignorata.

Vedo il fiume in secca,

rigagnolo tra campi incolti.

Acqua avara, resa avara

non dal clima mutevole,

secondo natura,

ma dalla mano dell’uomo,

egoismo incarnato.

La sete si fa grande giorno che passa

e le preghiere non bastano

a farla dimenticare.

(riccardo cardellicchio)

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domenica, 13 maggio 2007

FAMILY DAY, CALCOLO DI POTERE

Family Day. Barbara Spinelli, sul quotidiano “La Stampa”, ha rifatto centro con il suo editoriale. Le accade spesso, se non sempre. “Una manifestazione aperta ai laici – osserva – ma che dalla Chiesa è stata suscitata, favorita, in opposizione alla legge che vuole tutelare i conviventi. Una manifestazione che ha difeso nei fatti un interesse privato, mettendo in concorrenza famiglie dette normali e unioni dette anormali, famiglie che s’avvalgono di un supposto diritto naturale e unione senza tutele”. Altrove, a Piazza Navona, “C’erano i laici e i cattolici che chiedevano diritti per tutti, matrimoni e Dico: non potevano vantare il successo numerico d’un Family Day che ha alle spalle la capacità organizzativa dell’associazionismo cattolico. Ma anche i dimostranti del Coraggio Laico erano lì a testimoniare una tradizione antica e forte”.

Barbara Spinelli, per affrontare il tema – delicato, non v’è dubbio – s’è rifatta ai Vangeli, alle parole di Gesù. “Le parole dei Vangeli aiutano a separare il profondo dalla superficie, il profetico dai calcoli di potere. La famiglia come dramma costante, la predilezione di Gesù per il vincolo che non è quello del sangue e per l’amore del prossimo messo in azione: questo linguaggio profetico era assente nel Giorno della Famiglia. C’erano le masse oceaniche che hanno magnificato la famiglia come unica cellula naturale della società, e le masse oceaniche – la storia l’attesta – non sono profetiche.

Quando Nicodemo va a trovarlo (Vangelo di Giovanni), per sapere come sia possibile entrare una seconda volta nel grembo della madre e rinascere, Gesù gli dice che non è il legame di sangue e nella natura che l’uomo rinasce cristiano ma in altro modo: dall’alto, dallo spirito. Dalla famiglia naturale si deve uscire per avvicinarsi a Dio: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E’ discepolo di Gesù chi ascolta la parola di Dio e la mette in azione. Chi beve il calice. Chi porta la croce. Gesù è erede di Giobbe.

Riflessioni, quelle di Barbara Spinelli, che passano sulla testa di gente come Berlusconi. Che non sa andare oltre discorsi da bottegaio. Tipo i cattolici non sono di sinistra. Non è vero, e non c’è bisogno di portare esempi. Come non è vero che lui sta con i cattolici. La sua vita, personale e pubblica, dimostra il contrario. Ma, questo, nessuno lo dice. Neanche di Casini, altro bel paladino della famiglia cattolica, si dice nulla.

Poco o niente si dice anche di quei cattolici che chiedono ragione alle gerarchie ecclesiastiche di quanto vanno dicendo e stanno organizzando. Li ritengono parole e azioni che dividono.

In Toscana, a Firenze in particolare, regione e città di fermenti,, i firmatari della lettera alla Chiesa fiorentina, poco veicolata dai media, in cui si chiedeva “una ripresa di dialogo e di confronto all’interno della comunità ecclesiale su temi e avvenimenti eticamente sensibili”; questi firmatari hanno chiesto e ottenuto con il cardinale Ennio Antonelli. Nella richiesta mettono in evidenza che l’esigenza dell’incontro nasce “dal disagio da noi provato in questi mesi di fronte a vari e diversi interventi di esponenti della gerarchia ecclesiastica su temi e avvenimenti eticamente sensibili, di carattere pubblico o riferiti a persone”. (r.c.) 

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venerdì, 11 maggio 2007

L;'UOMO CHE AMAVA LE STELLE

Guardava le stelle continuamente. Aveva imparato da ragazzo, grazie a un piccolo telescopio, regalo di suo nonno. Lo affascinava il mistero del cielo. Guardava le stelle e fantasticava. Fantasticava su altri mondi. La passione s'era trasformata in lavoro. Le sue giornate andavano oltre la realtà. Erano fatte di solitudine e silenzio. Una o due frequentazioni, senza impegno Una mattina d'autunno, rivolto all'assistente, disse, la voce incrinata: "Non ci vedo più. Buio completo". E si mise a piangere. In silenzio.

 

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sabato, 05 maggio 2007

TRA I CATTOLICI CRESCE IL DISSENSO

Ci sono, i cattolici, che dicono di no a certe posizioni intransigenti che arrivano dal Vaticano. Ci sono. Sono nelle parrocchie, nei conventi, nelle associazioni. Non occuperanno più le chiese come nel Sessantotto, ma si fanno sentire. Sono anche nei partiti di sinistra: dai verdi ai comunisti italiani, da Rifondazione alla sinistra democratica, appena nata.

Sono la spina nel fianco.

Hanno firmato documenti, in gran parte snobbati dalla grande stampa.

Si riuniscono.

Parlano.

Si muovono.

E’ un fermento che cresce di giorno in giorno. Più il Vaticano agisce maldestro, più entra in politica come un elefante, più questo fermento cresce.

Cresce il no.

Un no che niente ha a che fare con le minacce a questo o quello.

Mai dare il coltello dalla parte del manico a qualcuno.

Certo, devono fare di più. Devono alzare maggiormente la voce. Anche se non hanno megafoni.

Ma in Vaticano si stanno accorgendo che qualcosa non sta tornando nel cosiddetto popolo di Dio. E non sono pochi quelli che, tra le gerarchie, hanno abbassato i toni.

Avremo modo di riparlarne.

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venerdì, 04 maggio 2007

Stragi naziste in Toscana

D’Elia: “Quanti non pentiti pericolosi”

 

di Riccardo Cardellicchio

 

Nell’estate del 1944, la Toscana patì la ferocia nazifascista. Furono quasi quattromila le vittime degli eccidi. In gran parte, gente inerme. Donne bambini anziani. I colpevoli quasi tutti impuniti. I loro nomi chiusi, per decenni, nell’armadio della vergogna.

Scoperto per caso, e aperto, a metà degli anni Novanta, l’armadio ha permesso di arrivare ai processi, terminati il 16 gennaio con dieci condanne all’ergastolo. In contumacia.

Poca cosa di fronte alla carneficina di innocenti consegnata alla storia.

La maggior parte dei colpevoli hanno fatto vita tranquilla nelle loro città, con le loro famiglie. In Austria e in Germania.

Ha potuto toccare questa realtà, il colonnello degli alpini Roberto D’Elia, passato dalla Criminalpol della Lombardia ai dossier dei crimini nazisti dell’Italia centrale. In primo piano Sant’Anna di Stazzema, San Polo e Marzabotto.

Bolzanino, a capo di una squadra di investigatori altoatesini, s’è trovato davanti a gente non pentita. Ferma nel negare ogni addebito.

D’Elia s’è sfogato con il quotidiano “Tagesspiegel” di Berlino. Ha raccontato di questa gente e ha rivelato un particolare non secondario: la Germania non ha collaborato. Neanche un briciolo. Ha fatto di più.  Negato l’estradizione degli imputati. E racconta che le persone contattate cantavano gli inni nazisti e affermavano che, per la Germania, avrebbero agito allo stesso modo del tempo di guerra.

D’Elia, nel suo peregrinare, incontra l’ex deputato della Spd Klaus Konrad. Sul suo capo pende l’accusa della strage di San Polo. Ma lui nega. Nega anche di sapere parlare italiano. D’Elia perquisisce la sua abitazione e scopre documenti che lo mettono con le spalle al muro. Ma Konrad non arriva al processo. Muore prima.

D’Elia incontra anche l’SS che sistemò la mitragliatrice nella piazza della chiesa di Sant’Anna di Stazzema. Cinquecentosessanta le vittime civile ammassate e bruciate in quella piazza.

Sembra che voglia parlare. E’ in difficoltà. Lo è maggiormente al secondo incontro. E al terzo sbotta: “Non ce la faccio più”. E confessa. Scrive ai sopravvissuti e al Tribunale Militare. D’Elia dà per scontato che si presenti al processo. Invece dà buca. Come gli altri. E non si fa più sentire. Come gli altri.

Ha messo in risalto altre due cose, D’Elia.

La prima. Non ha notato, negli sguardi e nelle parole dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, né espressioni d’odio né voglia di vendetta. “nei loro occhi, dopo la sentenza, c’era però una luce nuova”. Dopo sessant’anni d’attesa.

Una grande lezione.

La seconda. Terribile. Pericolosa. Esiste una rete di ex camerati. “Non sono vecchietti innocui come qualcuno sostiene”. E’ gente che è arrivata a minacciare di morte  D’Elia, costretto a vivere in una caserma-bunker durante gli accertamenti, senza riuscire, però, a renderla segreta. Il passa parola degli irriducibili nazisti non solo avvertiva la presenza di un  impiccione, ma anche connivenze ovunque.

I Comuni interessati alle stragi si sono riuniti, recentemente, a Guardistallo. Dove è stato redatto un documento destinato a tutti i consigli comunali,, con cui si chiede di non considerare chiusa la vienda legata all’armadio della vergogna.

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martedì, 01 maggio 2007

I  ventitré giorni di Mario Spezi

Il libro mette a nudo una storia che ha violato la libertà di stampa

 

di Riccardo Cardellicchio

 

Mario Spezi, giornalista e scrittore tra i più noti della Toscana, ha voluto raccontare i suoi ventitrè giorni in carcere, e il contorno, in un libro che sta per uscire e che verrà presentato il 28 maggio, alle 16, a Palazzo Coveri, in Lungarno Guicciardini a Firenze.

7 aprile 2006, ore 15.30. Mario Spezi è arrestato nella sua abitazione, posta a Grassona, sulle colline di Firenze. Il mandato è di Giuliano Mignini, sostituto procuratore di Perugia. A eseguirlo sono gli uomini del commissario Michele Giuttari. Alla base del fatto clamoroso le vicende legate al Mostro di Firenze. In modo particolare, sotto accusa è il libro, appena scritto con Douglas Preston su questa storia infinita, intitolato “Dolci colline di sangue”, edito da Sonzogno. Che riceverà un premio speciale, mesi dopo, in Regione, nell’ambito del premio lo “Scrittore toscano dell’anno”. Lo scrittore toscano dell’anno 2006

Per questo libro, il giornalista e scrittore Mario Spezi ha conosciuto – ingiustamente – il dramma del carcere.

 “Le dolci colline di sangue” è una sorta di controinchiesta sui delitti del Mostro di Firenze. Un real triller. Che comincia dall’anno del primo duplice omicidio e cerca di spiegare fatti non chiari. Per esempio, come sia avvenuto il passaggio della pistola Beretta calibro 22 dagli autori del delitto del 1968 alle mani di Pacciani. Ma anche come mai non si è tenuto conto del profilo psicologico tracciato dagli esperti dell’Fbi, da cui emerge un unico responsabile dei delitti. E perché, nel 1988, l’indagine sterza di brutto, cambia rotta, e i carabinieri ne rimangono fuori.

Mario Spezi segue fin dall’inizio la catena di omicidi, giornalista attento, scrupoloso. E nel 1983 pubblica “Il Mostro di Firenze”, edito da Sonzogno, dimostrando d’essere ben documentato. Prosegue nel suo impegno diventando uno dei maggiori esperti della “storia” del Mostro.

Nessuno immaginava che potesse incappare, per questo, in guai giudiziari.

Mario Spezi è nato nel 1945 nelle Marche, ma da molto tempo, ormai, s’è fatto toscano. Scrittore, giornalista professionista dal 1978, attualmente è consulente di programmi di crime fiction. Tra i suoi libri, sempre per l’editore Sonzogno, vanno citati “Le sette di Satana” , dove presenta – per la prima volta – testimonianze sui delitti delle “bestie di Satana”, ricostruendo fatti terribili, e “Il passo dell’orco”.

Il sostituto procuratore di Perugia accusa Spezi d’essere coinvolto nella storia del Mostro in maniera pesante. Addirittura di complicità.

Spezi finisce in carcere e vi rimane per ventitré giorni. A tirarlo fuori è il Tribunale del Riesame che giudica l’arresto illegale e privo d’ogni fondamento.

Il quotidiano inglese “The Guardian” definisce la vicenda “il più grave abuso contro la libertà di stampa perpetrato in Europa occidentale dalla fine della guerra”.

Trovo Spezi sul cellulare. E’ appena sceso dall’aereo in un aeroporto europeo. Ho visto l’annuncio dell’uscita, a metà maggio, del suo ultimo libro. Lo trovo con un titolo che non è quello esatto. Il titolo esatto è “Inviato in galera”, editore Aliberti, pagg. 256, euro 15. Il titolo indicato in realtà è il sottotitolo “L’aprile nero della libertà di stampa”.

“Vi racconto – dice – i ventitré giorni passati in galera, i motivi assurdi che mi ci hanno fatto finire, il funzionamento e le disfunzioni del sistema giudiziario, il comportamento di certi colleghi, lo scandalo sollevato soprattutto all’estero, ma anche le prese di posizione decise dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’Associazione Stampa”. E le quattrocento firme raccolte a sostegno. Quattrocento firme eccellenti, senza distinzione di schieramento politico. E altro ancora.

Non è una sorta di vendetta. E’ in racconto di una sofferenza, affrontata anche con una buona dose d’ironia.

“Sabato 8 aprile mi sveglio in un’alba lattiginosa. Riconosco subito dove mi trovo. Le voci roche in albanese, arabo e in qualche altra lingua di Babele dei miei coinquilini già rotolano da una cella all’altra nel corridoio del braccio Tr.  I prigionieri che non si conoscono si chiamano usando il numero di cella come nome: “Cinque!”. “Dimmi, tre”. Se hanno lo stesso idioma cominciano una conversazione. Le televisioni mischiano imbecillità gracchianti. I blindati vengono fatti sbattere da un secondino che li apre, ché dobbiamo essere bene in vista, protetti solo dalla porta a sbarre.”.

E ancora: “Ho mal di testa. Mi capita o per colpa della cervicale o, più spesso, perché dentro la testa due o più idee o sentimenti fanno a pugni tra loro. Oggi è per tutti e due i motivi”.

Alla presentazione del libro interverranno i giornalisti Ranieri Polese, Massimo Lucchesi e Stefano Marcelli; Marino Biondi, docente di italianistica all’Università di Firenze; Massimo Martini, direttore della Galleria del Palazzo-Palazzo Coveri. Partecipazione speciale di David Riondino.

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domenica, 29 aprile 2007

VERSO LA GRANDE SETE

 

di Riccardo Cardellicchio

 

Avremo sete tra poco in Toscana. Stanno per tornare i giorni della grande sete. Pensavamo d’essere fuori dell’emergenza degli anni Sessanta, invece stiamo per trovarci peggio d’allora. Tanto che il 2003 non sarà nulla al confronto.

Si mette in primo piano il clima cambiato. Come se il clima fosse cambiato da sé e dietro non ci fosse la mano dell’uomo. Ci fanno una testa così con il buco nell’ozono. Provoca la siccità. Fa sempre più caldo. Non piove più o quasi. Logico che manchi l’acqua.

Si ha la sensazione che mettendola così, si voglia dare la colpa a tutto il mondo per non darla a nessuno.

Invece la mancanza d’acqua chiama in causa responsabilità precise. Gente che ha pensato a cementificare, inquinare, e ha ignorato che paesi e città sono fatti anche di acquedotti. Gente che gestisce l’acqua come una merce e ci specula, o la usa per sottomettere Paesi poveri.

Insomma, quello dell’acqua è un problema di proporzioni vaste e gravissimo.

Un terzo della popolazione mondiale vive dove il fabbisogno idrico supera più del 10% la disponibilità.

Un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso all’acqua potabile.

La mancata disponibilità d’acqua causa ogni giorno trentamila morti.

Entro il 2025, se rimangono così le cose, due persone su tre dovranno fare a meno dell’acqua.

In cinque anni, il consumo d’acqua è aumenta sei volte.

I più colpiti sono il Medio Oriente, il Nord Africa, l’Asia Centrale, la Cina, l’India e l’Indonesia.

Alla mancanza deve aggiungersi la qualità. In Asia i rifiuti organici nei fiumi sono quadruplicati negli ultimi trent’anni. I colibatteri fecali sono cinquanta volte di più di quanto stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.

L’acqua inquinata ha effetti negativi sulla salute di un miliardo e duecento milioni di persone.

Ogni anno, quindici milioni di bambini – sotto i cinque anni – muoiono per patologie provocate dall’inquinamento delle acque.

Gli americani – almeno 40 milioni – bevono acqua proveniente da un sistema che viola principi sanitari elementari, specialmente in materia di pesticidi.

L’agricoltura richiede un consumo del 70% di acqua potabile.

In Europa, le falde sono diminuite del 35% in vent’anni.

Secondo l’Unicef, il 40% dell’acqua potabile è sprecata dai Paesi cosiddetti sviluppati. Un italiano consuma, in media, 213 litri d’acqua il giorno: il 13% per alimentarsi, il 28% finisce negli scarichi, il 14% nella pulizia e nel lavaggio.

Il consumo d’acqua minerale aumenta continuamente. Gli italiani ne bevono più di tutti nel mondo. Si parla di nove miliardi di litri, in media 160 litri a testa. Affari d’oro per le aziende. Si calcola che 5.500 miliardi vengano spartiti tra quei gruppi (davvero pochi) che controllano il 70% del mercato: Nestlè, Danone, San Benedetto, Uliveto e Rocchetta.

Oggi le risorse idriche sono alla base di tensioni politiche (Medio Oriente) e di guerre tribali (Sudan), e in futuro, secondo alcuni osservatori, all’origine di conflitti (Asia Centrale).

Niente sotto il sole, a dire il vero. Nel 1503, Machiavelli e Leonardo misero a punto un piano per deviare il corso dell’Arno durante il conflitto tra Firenze e Pisa.

Tutto questo è emerso in un recente meeting sui diritti umani.

Dicevo della Toscana. E’ regione di fiumi in secca, o che sono sull’orlo dell’asfissia. Dal 1980, l’Arno ha una portata media, d’inverno, molto al di sotto dei precedenti cinquant’anni Nel 2006  è stata di 11,8 metri cubi il secondo, mentre dal 1981 al 2006 era stata di 17,5 e dal 1930 al 1980 di 31,6. Nel bacino del Cecina siamo ai minimi storici. Nel Chianti, Greve e Pesa sono in crisi. Dati allarmanti per il Serchio, che dovrebbe dissetare un quarto della popolazione toscana. Dalla Maremma a Livorno non va meglio. Si salva – si fa per dire – l’area Firenze-Prato- Pistoia grazie al Bilancino

Erasmo d’Angelis, presidente della Commissione territorio e ambiente del Consiglio regionale della Toscana, parla  di un’emergenza destinata a durare nel tempo e occorrono decisioni importanti e urgenti sugli usi. Vanno evitati abusi e sprechi nelle abitazione, ma soprattutto nell’industria e nell’agricoltura. Bisogna passare, in particolare nell’industria, a una cultura del riciclo. Ogni toscano consuma circa 257 litri il giorno ed è come se la Toscana invece di 3 milioni e mezzo di abitanti ne avesse ben dodici milioni.

Un altro dato significativo: per innaffiare i campi in Toscana si consuma il 60% d’acqua in più di quella necessaria.

Ancora: l’acqua utilizzata viaggia in una rete che non raggiunge i trentamila chilometri, che  formano il complesso degli acquedotti che servono il 94% della colazione. Acqua che per il 73% è di pozzi e sorgenti, il 25% da corsi d’acqua, il 2% da laghi e invasi. In sostanza, tre quarti dell’acqua adoperata dai toscani arriva da sottoterra. E le falde stanno mostrando la corda. Ogni anno la

Tutto questo, nonostante che la Regione abbia fatto proprie le risultanze della Conferenza di Rio del 1992 (Agenda 21) L’assunto è questo: il ciclo dell’acqua è un elemento chiave della vita e dell’equilibrio ecologico. E ancora: l’acqua non è un prodotto commerciale, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale.

Ma alle parole non seguono i fatti. Si parla di un progetto di legge già pronto, che prevede alcuni passaggi: lo stato d’emergenza, il piano operativo, le regole per il risparmio.

Ma c’è chi guarda più in là.  E’ il Coordinamento Acqua Pubblica Empolese-Valdesa, aderente al Forum nazionale dei Movimenti per l’acqua. Sta raccogliendo le firme per una legge d’iniziativa popolare. Si vuol far capire che l’acqua è un bene comune e un diritto umano. Che la sua gestione deve essere pubblica e partecipata dalle comunità locali. Che è un diritto non una merce.

 

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venerdì, 27 aprile 2007

IL POZZO SECCO

di Riccardo Cardellicchio

 

Fu Pina ad accorgersene per prima. Vedova del medico condotto del paese, era solita alzarsi verso le cinque. Aprì il rubinetto del lavandino del bagno, ma ebbe la sorpresa di non vedere acqua. Ci fu come una sfiatata, seguita da un gorgoglio.  Nient’altro.

Allora Pina esce, va nell’orto dietro casa e raggiunge il pozzo. Butta il secchio. E non sente l’impatto con l’acqua. Guarda giù e si rende conto, all’istante, che il pozzo è secco.

Non sapeva che pensare. Era un pozzo profondo una ventina di metri con l’acqua, vecchio di un secolo. Mai un problema, neanche d’inquinamento.

Tornò in casa e telefonò a un vicino.

 “Non ho più acqua - gli dice – Non ce n’è neanche nel pozzo. Mai stato secco. Che può essere successo?”.

Il vicino le dice che non si capacita. La prega di rimanere al telefono, di aspettarlo – va a fare un controllo.

Tornò di lì a poco.

 “Niente – dice l’uomo – Anch’io non ne ho una goccia. Un mistero”. E’ preoccupato. “Telefono in Comune. Sento che mi dicono. Poi ti faccio sapere”.

Pina decise di lavarsi con l’acqua minerale. Ogni tanto ne comprava qualche bottiglia, quando andava al supermercato del capoluogo. La comprava più per gli altri che per sé. La comprava per gli ospiti, non abituati a veder mettere il bicchiere sotto la cannella dell’acquaio o la bocca al secchio del pozzo.

Non hanno acqua del genere. Non l’hanno più. E’ ricca di ferro e manganese, e sa di cloro, la loro. E’ pesa. Puzza, in  alcuni momenti. Sapeva queste cose per avere abitato nel capoluogo una quindicina d’anni, prima che suo marito s’ammalasse, prima che la sua vita fosse sconvolta dalla malattia del marito. Una può metterle nel conto le cose storte, non può andare sempre tutto liscio nella vita. Sono pochi i fortunati. Pochissimi. E allora una come lei, con un po’ di cervello, lo mette nel conto che non può essere sempre tutto rose e fiori - in casa non manca niente, suo marito le vuole bene, non litigano mai. Arriva una figlia che studia bene, si laurea in architettura, conosce un bravo ragazzo, si sposa, va ad abitare fuori della Toscana e la fa diventare nonna presto.

Li mette nel conto i pro e i contro. E il contro arriva con un malore del marito mentre sta visitando un malato. Il ricovero. La certezza, nel giro di due giorni, di un cancro in stadio avanzato. Pochi mesi di vita. La verità detta brutalmente da un collega del marito. E il marito consapevole della gravità della situazione. E giorni di dolore. E di sofferenza, per lui. E poi la morte. E poi il vuoto. “Mamma, vieni con me”, le disse sua figlia. Non ebbe un attimo d’esitazione nel risponderle: “No, non saprei vivere lontana da qui. Ho tutto, o quasi, qui”.

“Ma stai sola”.

“Non ho paura”.

Non hai paura? Ma se non riesci a riposare bene. Ogni minimo rumore ti fa sobbalzare. Ma non devo mollare, si dice. Non devo mollare. Se vado via, se torno in città, campo poco, e male.

Due giorni dopo, telefonò il vicino. Lei era già in stato d’emergenza. Giuseppe, si chiamava. Notizie di prima mano. “Niente acqua. Pozzi secchi. Acquedotto secco. Un disastro”.

“Ma a che è dovuto?”.

“Non lo sanno. Non riescono a capire”.

“Impossibile. Una cosa del genere è impossibile. E’ impossibile che succeda una cosa del genere dall’oggi al domani”.

“Gliel’ho detto anch’io. E loro hanno risposto che è successo e non sanno dare una spiegazione. Hanno chiamato degli esperti. Vengono domani, sembra”.

“Che ne pensi?”.

“Che ne penso, io? Penso al peggio. Qui s’è dato fondo a tutto quel che avevamo. Non abbiamo pensato al futuro. Non abbiamo pensato al danno che facevamo. Abbiamo pensato a far soldi. Soldi a palate”. L’uomo era arrabbiato.

“Che facciamo?”.

“Io ci sto pensando seriamente. Conviene fare fagotto”.

“Lasciare tutto?”.

“Via, andare altrove. Via da questa terra. Ne hanno fatto un mostro”.

“Non è possibile. Non siamo a questo punto. Non possiamo essere a questo punto”.

Disperata. Sì, disperata.” Io non me ne vado. Muoio di sete, ma non me ne vado”.

“Ognuno è libero di pensarla come vuole. Ma qui la natura s’è rivoltata. Si sta vendicando”.

Un cane abbaiò lontano e un gallo cantò sotto un gelso.

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mercoledì, 25 aprile 2007

Voci del villaggio (2)

L’aumento degli anziani e la diminuzione degli adulti più giovani  - per loro natura forti consumatori – influenzano pesantemente le variabili economiche reali. Tale rallentamento demografico è un segno caratteristico di quest’epoca essenzialmente maltusiana.

 

(Da “L’illusione economica” di Emmanuel Todd)

*

 

Il Rinascimento fu l’epoca in cui l’Europa occidentale mise da parte il proprio timore reverenziale nei confronti degli antichi e si rese conto di poter contribuire alla civiltà e allo sviluppo della società non meno di quanto avessero fatto i greci e i romani. Ai nostri occhi moderni, il fatto sconcertante non è che ciò sia accaduto, ma che ci sia voluto tanto tempo perché questo complesso d’inferiorità venisse meno.

 

(Da “L’avventura della scienza moderna” di John Gribbin)

Scritto da padulericcardo alle ore 22:50 | link | commenti |Torna su
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